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Non puoi delegare il processo attraverso cui diventi qualcuno: come si diventa persone?


Prima di cominciare, devo confessare una cosa. Ho scritto questo saggio con un assistente di IA aperto nella finestra accanto. Più volte, mentre l’argomentazione entrava nei passaggi più difficili, mi sono trovato a volerlo chiamare in causa: riassumimi gli articoli, sistema le transizioni, leggi tu quelle pagine al posto mio. Ogni volta ho dovuto scegliere, con un gesto piccolo ma deliberato, di continuare a leggere e a misurarmi da solo con quelle frasi.


Non lo dico per rivendicare una virtù. Lo dico perché, se anch’io, una persona la cui vita è stata costruita proprio attraverso questo genere di sforzo, mentre scrivo un saggio contro l’esternalizzazione cognitiva continuo a sentire quella tentazione, allora non siamo davanti a un difetto di carattere. È il contesto a produrla. E la domanda su ciò che quel contesto ci sta facendo è la domanda di questo saggio.


Non la domanda che tutti si stanno ponendo. Quella che si nasconde al di sotto.


Il loop di cui discutiamo tutti

Ormai il dibattito segue uno schema familiare. L’IA si prenderà i lavori. L’economia gira in un loop: le imprese pagano il lavoro, il lavoro genera salari, i salari diventano consumi, i consumi diventano ricavi e i ricavi tornano a pagare il lavoro. Se sono le macchine a lavorare, chi guadagna? E se nessuno guadagna, chi compra? Non si possono licenziare i propri clienti e aspettarsi che continuino a fare acquisti.


Gli economisti hanno una risposta pronta, e va esposta con onestà: chi la sostiene non è uno sciocco. La formulazione di David Autor è la più solida: le macchine sostituiscono le mansioni, non i lavori. Un lavoro è un insieme di mansioni. Quando si automatizzano quelle ripetitive, aumenta il valore delle attività umane che restano. Quanto i bancomat si diffusero, gli sportellisti non scomparvero: divennero gestori della relazione, perché filiali più economiche da gestire potevano accogliere più clienti, e i clienti continuavano a volere una persona fisica. Abbiamo già vissuto questa crisi con il telaio, il trattore e il computer. Ogni volta è comparso nuovo lavoro. La chiamano fallacia della quantità fissa di lavoro, e chi l’ha identificata ha dalla sua parte due secoli di storia.


Ho letto con attenzione questo punto di vista e non fingerò che sia debole. Potrebbe persino avere ragione sul lavoro. Ma l’intero dibattito, tanto quello apocalittico quanto quello utopistico, dà per scontata una cosa: che il lavoro sia fondamentalmente solo un modo per far circolare denaro. Il dibattito riguarda chi incassa quel reddito. Quasi nessuno si pone l’altra domanda.


Il lavoro offre due beni, non uno. Il primo è il reddito. Il secondo è qualcosa per cui a malapena abbiamo una parola.


Il secondo bene

Chiamiamolo formazione: il processo lento e faticoso attraverso cui il confronto prolungato con una difficoltà trasforma una persona in qualcuno. La competenza ne è una parte, ma non è tutto. Il lavoro dà struttura alle giornate, una ragione per alzarsi, una storia da raccontare di sé a cena, un posto nell'immaginario degli altri. È così che la maggior parte di noi scopre che cosa sappia fare, che cosa riesca a sopportare, chi sia.


Questo secondo bene è reale? Ed è davvero separato dal denaro? Il più desolante esperimento naturale del nostro tempo suggerisce di sì. Anne Case e Angus Deaton hanno documentato ciò che accadde quando il lavoro lasciò la Rust Belt americana: tra i lavoratori aumentarono le morti per disperazione, i suicidi, l’abuso di alcol e il consumo di oppioidi, mentre diminuivano nel resto del mondo ricco. Il meccanismo è importante. Non è semplicemente che «le persone sono diventate più povere».


L'assegno fu in parte sostituito dai bonifici; ciò che non venne sostituito fu il ruolo: l’occupazione stabile, la dignità di poter provvedere alla famiglia, il riconoscimento nella comunità. Ricerche successive hanno rilevato che le morti per disperazione seguono il declino della partecipazione religiosa almeno quanto il declino economico. Quando le chiese si svuotarono e le sedi sindacali chiusero i battenti, il lavoro era diventato l’ultima fonte di significato capace di reggere il peso della vita. Poi venne meno anche quello.


Abbiamo costruito istituzioni per proteggere il primo bene: salari minimi, pensioni, assicurazione contro la disoccupazione. Non furono doni del mercato. Furono conquistate, all’ombra di scioperi e rivolte, da chi aveva capito che i sistemi collassano quando le persone non riescono a sopravvivere. Per il secondo bene, la formazione che il lavoro produce nella persona, non abbiamo costruito nulla. Nessuna istituzione, nessuna politica, nessun vocabolario, nessuna metrica. Non compare nella dashboard di nessuno.


Ecco la storia ottimista che sentiamo ripetere da anni, e che è tempo di smettere di raccontare: quando l’IA farà il lavoro pesante, gli esseri umani saranno liberi di dedicarsi alla creatività. Ma non tutti siamo poeti. Lo sappiamo perché abbiamo già condotto quell’esperimento: il pensionamento, le rendite, le aristocrazie dell’ozio e la libertà dalla necessità di lavorare non hanno prodotto una fioritura generale della creatività. Hanno prodotto una piccola minoranza capace di darsi una direzione e molta deriva.

Inoltre, la via di fuga creativa si sta chiudendo: anche la poesia viene automatizzata, avendo addestrato i modelli di IA su tutta la poesia mai scritta. L’idea che l’IA ci liberi a favore di cose più alte presuppone una popolazione latente di artisti in attesa di essere scoperti. Le prove suggeriscono che quella popolazione è in gran parte immaginaria.


Che cos’è, allora, la formazione? Invece di definirla, lasciate che ve la mostri. Ho trascorso inconsapevolmente la mia vita come un suo esperimento.


Che cos’è la formazione

Nessuno, a scuola, avrebbe previsto tutto quello che mi sarebbe successo. Non ero lo studente di cui si diceva: farà un dottorato in IA, riceverà un’offerta di ricerca da Oxford. Alla fine l’ho ricevuta (non l’ho nemmeno inserita nel CV: a quel punto era soltanto un altro risultato prodotto dal percorso).


Dalle superiori in poi ho voluto essere, nell’ordine: musicista classico, professore di conservatorio, chimico, informatico, sviluppatore di app per iPhone, programmatore di sistemi a basso livello, medico di terapia intensiva, poi, decisamente, non più medico di terapia intensiva, data scientist in ambito sanitario e infine nella finanza. Per sette anni ho studiato clarinetto in conservatorio, seguendo un intero corso di studi in parallelo al liceo e poi all’università. Durante la laurea magistrale ho fatto il soccorritore volontario in ambulanza. Nessuna di queste esperienze era un passatempo. Ognuna di queste e' stata una scoperta autentica, pagata con il tempo. Non sono diventato musicista perché ho imparato quanto costa davvero lo stile di vita di un musicista. Ho capito di non voler fare il medico quando mi sono avvicinato abbastanza da poterlo sentire sulla pelle. I percorsi che ho abbandonato mi hanno formato tanto quanto quello che alla fine ho scelto.


È questo che la mentalità dell’efficienza non riesce a vedere in una vita del genere. Sembra spreco: tutti quei vicoli ciechi, tutto quello sforzo apparentemente duplicato. Ma conoscere e diventare erano la stessa cosa. Nessun consulente, umano o artificiale, avrebbe potuto consegnarmi come informazione la frase tu non sei un medico. La frase, da sola, costa poco. Quando arriva dopo anni di tentativi, diventa parte di chi sono, depositato in me in modo permanente.


Qui sta la struttura più profonda, quella da cui dipende tutto il resto: la formazione dipende dal percorso. Ogni fase di una difficoltà produce la persona capace di affrontare quella successiva. La versione di me che ricevette l’offerta da Oxford non esisteva a sedici anni e a sedici anni non avrebbe potuto essere prevista, soprattutto da me. Le fasi successive della formazione richiedono una persona che ancora non esiste. Per questo non si possono comprimere, parallelizzare o saltare: non perché la tecnologia non sia abbastanza avanzata, ma perché in questo caso la compressione equivale alla distruzione. La difficoltà non è il prezzo del risultato. È il prodotto.


Non è una metafora. Quando i tassisti londinesi trascorrono anni ad acquisire il "Knowledge", la conoscenza di venticinquemila strade, il loro ippocampo posteriore aumenta fisicamente di volume in proporzione agli anni trascorsi nel mestiere. Una difficoltà sostenuta nel tempo crea architettura neurale. La difficoltà è la palestra, e la palestra crea un organo.


La macchina che divora la palestra

Ora mettete questa immagine accanto a ciò che stiamo costruendo. Vedrete tre modi distinti in cui la macchina divora la palestra.


Il primo è la rimozione: l’attrito viene eliminato per persone già inserite nel percorso. Non dobbiamo più limitarci a ipotizzarlo: è stato misurato. In uno studio randomizzato su quasi mille studenti delle superiori, chi si esercitava in matematica con un assistente GPT-4 standard risolveva molti più problemi durante la pratica. Poi i ricercatori hanno tolto l’IA e li hanno valutati da soli. Il gruppo che l’aveva usata ha ottenuto risultati peggiori di quello che non l’aveva mai usata. Era stato trasportato alla vetta, e ci era arrivato impreparato. Un carrello elevatore può portarti in cima. Non può allenarti le gambe.


Il secondo è la preclusione, ed è peggiore. La rimozione toglie attrito a qualcuno che ha già un sé da difendere; la preclusione fa sì che la prima iterazione non cominci nemmeno. Un sedicenne che automatizza i compiti non sta delegando: non puoi delegare il processo attraverso cui diventi qualcuno. Non sta affidando ad altri un processo che possiede. Sta saltando il processo attraverso cui sarebbe diventato qualcuno capace di possedere qualcosa. La prima generazione cresciuta dentro un percorso senza attrito non sarà una versione più pigra della nostra. Sarà un prodotto diverso.


Il terzo è il più sottile, e lo sento anch’io: la rinuncia. Quando ero piu' giovane, il mondo sembrava abbastanza stabile da permettermi di aspirare a qualcosa. Se trovavi ciò che amavi, potevi passare giornate intere a sognare di diventarlo. Quel sogno trascinava con sé lo sforzo perché la meta sarebbe stata ancora lì al momento dell'arrivo. Quella stabilità è scomparsa. Uno studente di oggi fatica a sognare di diventare radiologo, perché la radiologia verra' automatizzata nel tempo necessario per formarvisi. Perché investire dieci anni in un sé che il mercato svaluta nel corso di un ciclo di prodotto? La risposta sempre più razionale è: non farlo.


Investire nella formazione diventa irrazionale proprio quando la formazione conta di più. E un segnale si vede già nei dati: le iscrizioni ai corsi di laurea di informatica, la scommessa più sicura degli ultimi vent’anni, sono diminuite per la prima volta in due decenni, mentre si riempiono le classi più ristrette dedicate all’IA. Gli studenti non stanno fuggendo dal futuro. Stanno fuggendo dalle destinazioni che sembrano già obsolete, dirigendosi verso ciò che appare ancora vivo, su orizzonti sempre più brevi.


Non ne sono immune. Se mi chiedete come sarà il mio lavoro fra cinque anni, vi darò una risposta onesta: non lo so, e non lo sa nessuno. La differenza è che prima io ho avuto la possibilita' di vivere i miei decenni di sogni.


La domanda arriva dal basso

Sarebbe rassicurante dare la colpa ai produttori di IA, ai proprietari del futuro che ci impongono la convenienza dall’alto. Costruisco questi sistemi per lavoro e devo dirvi che, dall’interno, il mercato non appare così. La domanda arriva dal basso.


Guardate cosa è successo quando i primi agenti di IA sono arrivati ai professionisti. I primi adottanti, persone brillanti e istruite, formate nel mondo pre-IA, non hanno messo alla prova i nuovi strumenti come un chirurgo mette alla prova un robot. Un chirurgo che scopre che il robot ha ancora bisogno di lui per concludere l’incisione non esce dalla sala definendo inutile la macchina. Eppure è esattamente ciò che è avvenuto, su larga scala: i lavoratori della conoscenza hanno provato a esternalizzare i propri lavori per intero a sistemi palesemente non pronti, ne hanno incontrato i limiti e hanno concluso che la tecnologia faceva «schifo».


Rileggete questa frase. La lamentela dei lavoratori più privilegiati della storia era che la macchina non fosse ancora abbastanza brava da prendersi il loro lavoro. Non temevano di essere sostituiti. Erano delusi di non poterlo essere.


Dopo quarant’anni trascorsi a sentirsi dire che il lavoro è una voce di costo, la classe professionale ha finito per crederlo, anche di sé stessa. I fornitori di IA non stanno imponendo la dequalificazione a una popolazione riluttante. Stanno eseguendo ordini. Per favore, toglimi di dosso il lavoro.


L’obiezione più ovvia si scrive da sola, e va presa sul serio: ogni generazione rimpiange l’attrito che ha perso. Socrate avvertiva che la scrittura avrebbe corrotto la memoria. Aveva ragione, in parte, e siamo sopravvissuti. Le calcolatrici avrebbero distrutto la competenza numerica. Google avrebbe distrutto la conoscenza stessa. Anche il quadro delle scienze sociali sulla generazione degli smartphone è più controverso di quanto suggeriscano i titoli: le migliori analisi statistiche rilevano che l’effetto medio del tempo davanti agli schermi sul benessere è piccolo, e i ricercatori avvertono che la narrazione catastrofista va oltre i dati. Perché, allora, questa volta dovrebbe essere diverso?


Per la direzione del gradiente. Ogni tecnologia precedente eliminava attrito dai mezzi e lasciava i fini umani. La calcolatrice faceva i calcoli perché il matematico potesse fare matematica. Il correttore ortografico sistemava la digitazione perché lo scrittore potesse scrivere. Ogni volta esisteva un livello ulteriore di giudizio verso cui spostarsi, e quello spostamento si trasformava in nuove professioni.


L’IA elimina l’attrito dai fini stessi: pensare, scrivere una bozza, giudicare. La storia dell’adattamento presume che esista sempre un livello superiore. La domanda aperta della nostra epoca è se esista un livello oltre il giudizio. Forse sì: il gusto, la responsabilità, la cura. Ma dire che «ne abbiamo sempre trovato uno prima» significa basarsi su un campione in cui un livello ulteriore esisteva davvero. L’onere della prova è cambiato. Ora ricade su chi presume che la scala abbia sempre un piolo in più.


La disuguaglianza del sé

Mettete insieme questi elementi e compare una nuova forma di stratificazione. Non la disuguaglianza di reddito, per la quale abbiamo istituzioni e vocabolario, ma la disuguaglianza del sé.


Da una parte ci sono le persone formate: quelle che hanno costruito un sé prima dell’arrivo del carrello elevatore e che ora usano la macchina come un utensile potente. Dall’altra ci sono le persone non formate: per loro la macchina non è uno strumento, ma il sostituto del processo attraverso cui si diventa qualcuno. Fra i due gruppi non c’è un muro, ma un pendio. Nemmeno chi si è formato è al sicuro: ogni casella di prompt contiene un invito permanente al decadimento, come dimostra la mia stessa esperienza nello scrivere questo saggio.


La differenza non è l’immunità. È la capacità di riconoscere la tentazione e scegliere comunque lo sforzo. È questa capacità di accorgersene che la formazione ci consegna.


Questa disuguaglianza è più fondamentale di quella del reddito perché non può essere redistribuita. Si può tassare il reddito e trasferirlo. Non si può tassare un sé formato e trasferirlo. Non esiste un reddito di base universale per diventare persone. L’immaginazione politica del nostro tempo, dai programmi di riqualificazione al reddito di base universale fino ai lavori del futuro, affronta esclusivamente il primo bene. Per il secondo abbiamo zero istituzioni, zero metriche e, nella maggior parte dei casi, zero consapevolezza del fatto che ci sia qualcosa da misurare. Abbiamo dato uno strumento ad ogni aspetto di questa transizione, tranne una domanda: i giovani credono ancora in un futuro per cui valga la pena formarsi?


Qui devo essere onesto sulla complicazione, perché non indebolisce il dibattito: lo colloca. Il lavoro è diventato l’ultima fonte di significato socialmente riconosciuta anche perché abbiamo lasciato marcire tutte le alternative. La comunità religiosa, la sede sindacale, la famiglia, l’associazione civica: il loro declino precede l’IA di decenni. Non c’è nulla di sacro nell’occupazione come contenitore di significato. Un contadino medievale, che aveva un terzo dell’anno di giorni festivi, troverebbe pietoso il nostro assetto.


Ma le due cose sono vere allo stesso tempo: abbiamo smantellato ogni altra fonte di significato e ora l’IA sta rimuovendo l’ultima. La prima è nostra responsabilità. La seconda è un’emergenza.


Mettiamolo nella dashboard

Dunque: un ragionamento, non uno sfogo. Che cosa significa prendere sul serio questo secondo bene?

Il problema, sono arrivato a credere, non è la capacità della tecnologia. È quale uso della tecnologia viene premiato dalla struttura degli incentivi. Lo stesso modello può essere un maestro o un carrello elevatore, a seconda di ciò che il prodotto sceglie di rimuovere. Nello studio sui mille studenti c’era un terzo gruppo: studenti cui era stata fornita una versione della stessa IA progettata per offrire suggerimenti invece di risposte e per costringerli a ragionare. Hanno ottenuto il beneficio della pratica senza il crollo delle prestazioni autonome.


Stessa tecnologia. Stessi studenti. Esiti formativi opposti. La differenza non era nel modello. Era una scelta progettuale.


Le scelte progettuali possono essere governate. Lo sappiamo perché lo abbiamo già fatto con qualcosa di altrettanto intangibile. Un tempo non potevamo misurare neppure la privacy. Non abbiamo cercato di ridurla a un numero: abbiamo imposto un processo documentato. La valutazione d’impatto sulla protezione dei dati: prima di distribuire un sistema informatico, si dichiara per iscritto quali dati vengono raccolti, perché, con quali rischi e con quali mitigazioni. Poi qualcuno firma. L’AI Act dell’UE ora applica lo stesso principio ai diritti fondamentali: i produttori di sistemi IA ad alto rischio devono svolgere una valutazione d’impatto strutturata, con fattori scatenanti, livelli d’impatto, mitigazioni e responsabilità nominate.


La formazione, anche quando non si lascia ridurre a una metrica, può essere governata. Non necessariamente misurandola, ma rendendo documentata e attribuibile la decisione di sacrificarla.

Propongo lo stesso strumento per questo secondo bene: una Valutazione d’Impatto Formativo, da completare e firmare prima di distribuire un sistema di IA in un flusso di lavoro nel quale le persone si stanno ancora formando. Le domande non sono assurde.


Quale attrito rimuove il sistema? Per chi quell’attrito era formativo? Quella difficoltà è ancora parte del percorso formativo del junior o è ormai soltanto un peso per il senior? Quali elementi della formazione impatta: la resistenza, il tempo durante il quale la difficoltà si accumula, la posta in gioco nel mondo reale, lo sguardo degli altri, la storia che quella persona potrà raccontare? E da dove arriverà, ora, la formazione?


Se la risposta onesta è da nessuna parte, allora la deformazione è già inscritta nel progetto. Dovrebbe essere dichiarata e firmata come ogni altra valutazione di rischio, assunta da una persona precisa, invece di dissolversi nell’atmosfera generale dell’innovazione.


Costruisco sistemi di IA per imprese regolamentate. Ho avuto la responsabilità di certificazioni di sicurezza, affrontato audit, compilato valutazioni e difeso architetture tecniche davanti alle persone il cui compito è dire di no. So come verrebbe accolto questo strumento, perché ne ho già implementato gli equivalenti. E lo dico da professionista, non da critico: questa è la domanda che ora mi impongo di fare prima di rilasciare un sistema.


Non se il sistema funzioni, ma cosa il sistema distrugga.


Abbiamo trascorso l’ultimo secolo a imparare, a un costo enorme, che il reddito non è un prodotto naturale dei mercati: è una conquista della governance, mantenuta o perduta per scelta. Ora stiamo scoprendo che lo stesso vale per la persona. Nemmeno la formazione è mai stata garantita. Semplicemente non avevamo bisogno di pensarci, perché l’attrito arrivava in allegato al mondo reale. Ora non più.


Stiamo demolendo la palestra per costruire l’ascensore. Dovremmo almeno far firmare qualcuno per questa scelta.

 
 
 

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